Quattro Oscar per un ottimo
film.
Howard Beale, conduttore televisivo in declino, decide all'insaputa
di tutti di dichiarare in diretta TV il proprio suicidio.
Il gesto fa impennare l'indice d'ascolto del Network
e il caso viene discusso da tutte le alte sfere.
Il fenomeno "Howard Beale show" viene impacchettato,
brevettato e spremuto fino in fondo, senza tener conto del
fatto che il povero presentatore è veramente sull'orlo
del collasso fisico e nervoso.
Per un anno lo show ha un successo strepitoso, Howard Beale
e le sue folli profezie incantano gli Stati Uniti da costa
a costa e i dirigenti del Network sono al settimo cielo.
Intorno a questo fenomeno mediatico ruota anche un ex dirigente
del Network, Max Schoemacher, licenziato per essersi opposto
alla strumentalizzazione dell'amico Howard Beale, malato
e sull'orlo della pazzia.
Max si lega sentimentalmente ad una giovane dirigente del
Network: cinica, arida e affarista, per ritrovare un ultima,
disperata aria di gioventù.
Il suo rapporto con la donna sarà però un fallimento e lo
porterà alla fine a tirare le somme sulla propria vita e sul
proprio passato.
Bellissimo il monologo che Max interpreta di fronte alla sua
amante. Le parla di un mondo di umanoidi programmati, che
vestono, pensano, amano e vivono secondo quello che appare
in TV; persone proiettate in un mondo finto e bugiardo, convinti
che l'unica verità si nasconda dietro lo schermo della
TV. Persone come tanti pupazzi, accomodati nei propri salotti
e slegati da tutto quello che è veramente realtà, compresi
i sentimenti e i valori. Tutto fa parte di un copione, ogni
mossa ed ogni parola rientra in questo copione che molto spesso
non ha alcun lieto fine.
Un film ottimo, che al pari di "Quarto potere" val
la pena di essere gustato.
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Premi
4 Oscar (8 Nomination)
Miglior attore protagonista - Peter Finch
Miglior attrice protagonista - Faye Dunaway
Miglior attrice non protagonsita - Beatrice Straight
Miglior sceneggiatura originale - Paddy Chayefsky