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CAPTIVITY
(Captivity)
Usa / Russia, 2006
Durata 1h e 30'
Genere
Thriller
Regia
Roland Joffé
Soggetto
Larry Cohen
Fotografia
Daniel Pearl
Cast
Elisha Cuthbert, Daniel Gillies,
Pruitt Taylor Vince, Laz Alonso, Michael Harney
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Recensione a cura di Anna Maria Pelella
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Jennifer Tree è una celebrità,
una modella le cui immagini capeggiano sui muri e sugli autobus
di tutta New York. In un'intervista rilasciata in video ha
la dabbenaggine di parlare delle sue fobie, ed ecco che uno
psicopatico si premura di fargliele vivere tutte, dalla prima
all'ultima, così, tanto per dare un brivido alla sua noiosissima
vita patinata, e nello stesso tempo concedersi il lusso di
un'incontro ravvicinato con la star.
Per quelli che hanno la mia età e quindi ricordano Clive
Barker prima della California, questo film comincia come
il racconto Fear, tratto dai Libri di Sangue.
Anche là abbiamo una bella ragazza che parla disinvoltamente
ad una telecamera delle sue paure ed uno psicopatico che non
si limita ad ascoltare e filmare, e che pensa ad un modo per
fargliele vivere e/o superare con intenti apparentemente altruistici,
ma in realtà abbondantemente sadici.
Fin qua tutto bene, peccato che la somiglianza si fermi all'incipit,
poi abbiamo l'allegro saccheggio da Il Collezionista,
film e libro di rara sensibilità che non ha neanche un ombra
del compiacimento sadico e guardone che invece fa da sottofondo
a questo filmetto, e per finire uno qualsiasi dei Saw
a scelta, con tanto di telecamere che spiano l'angosciata
reazione alla reclusione della poveretta di turno. Passando
ovviamente attraverso tutti i giochetti possibili, con sabbia
e non, per terrorizzare la vittima e predisporre al migliore
degli stati d'animo in vista dell'incontro ravvicinato col
maniaco Jennifer è una bellissima modella con tutte le paure
e le insicurezze che la ricchezza non può guarire, fragile
e quanto mai poco credibile mentre stringe un orsetto invece
di dare capocciate al muro come sarebbe più probabile in una
crisi di claustrofobia.
Per non parlare del fatto che il folle secondino sembra essersi
appropriato di più di un oggetto appartenente alla poveretta
che, impaurita e sempre meno verosimilmente si aggrappa ad
ogni pezzetto di casa sua come fosse un salvagente. Oltretutto
lo scambio tra i due è ridotto all'osso, ci sono indicazioni
che lei può decidere di seguire o in alternativa si ritroverà
i timpani sfondati dalla rabbia infantile del maniaco. A questo
punto del film ci siamo già fatti un'idea di dove andrà a
parare questo banalissimo plot, e non ci sbaglieremo di molto
prevedendo un incontro con un altra vittima e i successivi
tentativi di fuga.
Ecco quindi apparire Gary, uno sciagurato che abita il cunicolo
accanto e gli fa da balia, non si capisce con quale forza
riesca a darle coraggio dal momento che anche lui è prigioniero,
accidenti deve essere perché lui è l'eroe della storia… come
ho fatto a non pensarci prima? E sempre perchè lui è un eroe
che vedremo ancor meno verosimilmente, ma a questo punto siamo
alla fantascienza, un'improbabile scena di sesso tra reclusi
alla faccia della claustrofobia, della paura del buio e soprattutto
del guardone del piano di sopra. I tentativi di fuga si rivelano
di un'inconsistenza che sfiora la stupidità, come pure le
rappresaglie del maniaco ai danni di Gary, cui lei reagisce
in maniera assai amplificata dalla reclusione, e tese a sottolineare
la poesia del legame che si è instaurato tra i due. Per completare
il quadro abbiamo pure i siparietti involontariamente comici
regalati dalla coppia di poliziotti più inetta della storia
del cinema, roba da far venire il mal di pancia alla Clarice
Starling di Il Silenzio degli Innocenti che mai nella
vita si sarebbe sognata di chiedere di guardare la finale
di coppa alla televisione direttamente al maniaco.
Lo psicopatico affetto da mania voyeristica è davvero poco
convincente, grasso, brutto e operatore di catering, come
queste tre cose si possano trovare insieme ed essere di qualche
interesse non ci è dato di sapere.
Ma ridicolo sopra ogni cosa riesce ad essere il rapporto che
lo lega a Gary e qua mi fermo, perché il colpo di scena, che
in realtà segue di molto il sopravvenuto colpo di sonno, dovrebbe
motivare la storia e dare un senso al tempo che avremo perso
a sbadigliare. Dico dovrebbe perché per me non è stato così,
inoltre non si può veramente parlare di colpo di scena dal
momento che pare più una soluzione telefonata, tanto per trovare
un finale ad una storia senza capo né coda.
Certo la responsabilità di questo noiosissimo plot è tutta
di Larry Cohen, in uno dei suoi lavori più alimentari, ma
la regia seppur accurata risente moltissimo dell'eccesso di
patinatura dato da una fotografia assolutamente fuori luogo.
E le soluzioni della mdp non tengono certo sveglie da sole
lo spettatore, che purtroppo sbadiglia e si chiede il motivo
per cui dovrebbe restare a guardare l'epilogo prevedibile
di una storia che non c'è.
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Trailer
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