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Un film che non ha bisogno di presentazione, un vero e proprio
cult della filmografia fantascientifica.
A mio avviso la trama non ha grossa rilevanza, mentre non
si può far a meno di notare la bellezza delle atmosfere,
e la delicatezza delle musiche.
Ambientato in una Los Angeles futuristica, il film tratta
l’argomento dei replicanti, copie sintetiche e perfettamente
somiglianti all’uomo, usati come schiavi obbedienti nelle
missioni pericolose e nell’esplorazione spaziale. Queste
“macchine” sono programmate per avere una durata di vita
limitata, per evitare che acquisiscano troppe emozioni e
sentimenti.
Tuttavia nella sede della Tyrell Corporation, la ditta che
costruisce i replicanti, si trova una ragazza, Rachel, che
risulta essere una replicante di ultimissima generazione,
a cui sono stati iniettati ricordi di altre persone per
darle un passato e che non ha un limite di vita.
Il film si apre con la ribellione di quattro replicanti
decisi a venire sulla terra per incontrare il loro creatore
e sperare di vivere più a lungo.
Scoperta la fuga, la polizia richiama in servizio un eroe
della squadra “BLADE RUNNER”, un esperto cacciatore di replicanti,
ex poliziotto, ex killer: Rick Deckard.
A questo punto inizia una caccia all’uomo che si dipana
tra le strade tristi e malfamate della Los Angeles futuristica,
il cui cielo è perennemente coperto da uno strato soffocante
di nubi e dove cade una pioggia incessante. Il degrado e
l’abbandono colpisce non solo le strade, gli edifici e i
locali, ma anche e soprattutto le persone, che si aggirano
per i quartieri come automi, vinti dalla rassegnazione.
È proprio questo ambiente cupo e angosciante che Deckard
si muove per portare a termine la missione e “ritirare”
(uccidere) i quattro replicanti ribelli. Le incantevoli
melodie di Vangelis accompagnano Deckard nella sua missione
e contribuiscono non poco nella caratterizzazione stessa
del personaggio.
Deckard non è il mito che ci si aspetta, ma una sorta di
anti-eroe, pervaso fin dal profondo da un senso di struggente
nausea per tutto quello che lo circonda e per la sua vita
miserabile. Negli scontri che sostiene con i replicanti
ha quasi sempre la peggio e nella lotta con Leon è ad un
passo dalla morte se non fosse per il provvidenziale intervento
di Rachel che uccidendo il replicante gli salva la vita.
Ben cosciente che la ragazza è comunque un replicante, Deckard
finisce per innamorarsene, dipingendo una dolcissima scena
d’amore accompagnata dalla celeberrima melodia “Love Theme”.
Lo scontro finale con Roy è una pagina epica nella storia
del Cinema, piena di significati etici e di simbolismo religioso.
L’ultimo replicante, dopo aver ucciso il suo stesso creatore,
è deciso a stroncare la vita anche a Deckard, responsabile
della morte dei suoi compagni. La lotta appare fin da subito
impari e infatti il “Blade Runner” non può far altro che
tentare disperatamente di fuggire. Quando tutto sembra ormai
perduto, Roy salva la vita al suo aggressore e si lascia
morire in pace, con una colomba fra le mani. Il commento
originale spiega con semplicità che il replicante, servo
degli umani per tutta la breve vita concessagli, ha acquisito
non solo esperienza comune, ma coscienza e amore per la
vita stessa, non solo per la propria, ma anche per quella
degli altri. Nonostante egli abbia visto “cose che voi umani
non potreste nemmeno immaginarvi”, comprende che il suo
tempo è finito, mentre quello del suo nemico può continuare
ancora a lungo.
Esistono due finali per questo film. La versione originale
del 1982 è a lieto fine, come imposero i produttori, mentre
nel 1992 il regista Ridley Scott fece uscire la sua versione,
quella che avrebbe voluto già dieci anni prima ma che fu
accantonata.
Personalmente detesto il lieto fine, sciatto e fuori luogo;
mentre ritengo assai interessante il finale voluto da Scott.
Non vi resta che gustare il tutto, ne vale DAVVERO la pena!
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