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A BIG BANG LOVE: JUVENILE
A
(46-okunen no koi - 46 milioni di anni di amore)
Giappone, 2006
Durata 1h e 25'
Genere
drammatico
Regia
Takashi Miike
Cast
Ryuhei Matsuda, Masanobu Ando,
Shunsuke Kubozuka
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Recensione a cura di Anna Maria Pelella
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Due giovani giungono contemporaneamente
in prigione, il più giovane Jun è barista in un bar gay, dove
ha conosciuto l'uomo che ucciderà, mentre il secondo Shiro
è un delinquente di vecchia data, che tra l'altro ha stuprato
la moglie del direttore del carcere la quale successivamente
si era suicidata.
Tra i due ragazzi nasce uno stranissimo rapporto di natura
senz'altro affettiva, ma con connotazioni proiettive che porteranno
a conseguenze disastrose.
In questo suo ultimo lavoro Miike decide per una rappresentazione
circolare degli eventi, scelta che gli vale una menzione a
parte per l'originalità ed un'altra per la maestria registica
che questa richiede. I fatti narrati sono in realtà assai
semplici ma noi ce ne accorgeremo solo alla fine, quando i
giochi saranno fatti, le proiezioni ritirate e finalmente
il non detto ci verrà mostrato.
Shiro e Jun corrono in circolo in un ambiente scenograficamente
teatrale, dove un manipolo di giovanotti si azzuffa senza
tregua, viene da pensare che lo facciano per non accoppiarsi,
dato il sottotesto assai palese nel più puro stile Jean Genet.
Si tratta di un carcere ma la scenografia richiama Dogville,
con una tale proiezione dei contenuti che anche le parole
più semplici dovranno essere ripetute per venire comprese.
L'azione si svolge in pochissimo tempo, ma ci viene mostrata
ciclicamente da più angolazioni, col risultato di arricchire
la nostra percezione ad ogni istante. Il contenuto palese
non è quello vero, l'apparenza sarà smentita e il non detto
prenderà possesso con forza della nostra percezione sovvertendola.
Miike ci manda incontro al suo personale modello di scardinamento
della continuità con una tale leggerezza che pare di essere
in un sogno, in verità è della materia dei sogni che questo
delirio visivo un po' barocco sembra costituito, dal momento
che tutto quello che vediamo non è vero.
La piramide e il razzo presenti all'esterno, o sarà l'interno
della mente dei protagonisti chissà, richiamano alla mente
le possibilità che restano a chi è rinchiuso, la prima una
permanenza che supera il tempo e diviene leggenda, Shiro,
mentre il secondo il tentativo dello stesso Shiro di trascendere
il qui ed ora seguendo l'impulso ad andare fuori dal tempo
e dallo spazio.
Il direttore del carcere assume connotati più cinerei a mano
a mano che svela la sua storia e il suo presunto coinvolgimento
nella morte di Shiro. C'è persino un ammiccamento ai fantasmi
modaioli dell'ultimo cinema nipponico, con la moglie suicida
del direttore che striscia al suo fianco e con la sua presenza
smentisce le parole di lui. I personaggi entrano lentamente
a far parte del complesso puzzle che Miike ha pensato per
noi senza mai opporsi al loro destino, anzi abbracciandolo
con foga come fosse un salvagente nel mare in tempesta dell'animo
umano.
E mentre tutto questo accade noi siamo straniti di fronte
a tutto il non detto che sprizza da ogni dove e smentisce
con forza le poche cose dichiarate.
Gli attori sono straordinari nel recitare il loro dramma di
un vissuto sospeso nel tempo e sicuramente spostato nello
spazio.
Le luci e la fotografia, carica la seconda quanto tenui le
prime, ci regalano un delirio visivo che molto si presta alla
scenografica rappresentazione proiettiva del sé dei protagonisti.
La regia è quanto di più misurato Miike abbia prodotto finora,
con lievi tocchi di colore per accentuare l'aspetto barocco
del racconto.
In tutta l'opera non si riesce a ravvisare un solo difetto,
persino la durata è misurata al centesimo sul ritmo delle
possibilità che, non espresse dapprima, dovranno lentamente
compirsi poi. Direi che quest'opera rappresenta uno dei punti
di compromesso tra la capacità espressiva di Miike e la sua
esigenza di trascendere i generi per raccontare semplicemente
il dramma dell'animo umano, così senza una cornice né un motivo
ulteriore, come ogni grande narratore dovrebbe esser libero
di fare.
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Video
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